IL SUPPLIZIO DEL BLUESMAN
di VINICIO CAPOSSELA
Minisci (mi stupisci…) mi chiede di scrivere qualcosa sul Blues. Io ho già scritto sul blues, per il libro a fumetti di Crumbs, sulla storia di Charley Patton, nel 1993. E allora non posso che ripetermi, come d’altronde si ripete sempre il blues.
Comunque, questo è quello che mi è capitato l’altro giorno (e siccome non ho mai detto la verità non posso certo mentire ora). Potrei chiamarlo Blues dell’incrocio o Blues delle scarpe strette, se tali erano le scarpe che avevo.
Poco importa dato che i blues, come gli uomini, si assomigliano tutti.
Il blues dubita e in ogni cosa sa vedere una dolce sofferenza. Come dice Mister Blue, perché ostinarsi a star bene quando la malinconia, la solitudine, sono cose così ineluttabili per gli uomini di cuore?
Illuminante la storia del negro che lavora come un asino tutto il santo giorno, ha una grassa moglie rompiscatole e una manica di marmocchi fetenti e allora si compra un paio di scarpe, due misure in meno della sua per poter avere almeno il sollievo di togliersele quando la sera torna a casa.
Il bluesman è coerente, così coerente che non cambia mai accordo né tonalità, né tantomeno argomento poiché l’argomento è il blues medesimo. E coerentemente fa una scelta di maschia solitudine, perché in fondo l’amore è bisogno di uscire da sé per creature impossibilitate a farlo e l’arte è una baruffa col tempo, che è come provare a svuotare un lago con un secchiello. Insomma amico, metti come la metti non ne esci con le ossa a posto.
Il blues nasce nero e perciò ciondolante, fatalista e rassegnato, ma alla fine non riesce a pigliarsi mai sul serio e così, masticando un sorriso da puledro, ti può dire: «Ci ho dei gamberi morti, qualcuno pesca nel mio vivaio», per significarti che la tua donna non te la conta giusta e in più t’ha pure appiccicato una malattia venerea.
Io l’ho conosciuto un vero bluesman: il nonno di Moschetta, un longilineo scafato che sarebbe riuscito a farsi pagare il conto al bar pure da un genovese sfollato con prole.
Bene, suo nonno è una vecchia leva abruzzese. Ha una faccia piena e rugosa, labbra ampie e una camminata snodata e nervosa. Sta in canotta d’estate, e ci sta ancora bene, intendo con dignitosa e dimessa virilità. Si siede a tavola quando è l’ora e la moglie, che l’adora e lo bestemmia, gli serve un piatto di spaghetti con l’olio.
Il peperoncino se lo mangia sano sano a parte; allora tu, che sei un ragazzo, sei invitato a sederti e a parlare fra uomini. Apprendere o essere deriso.
Parla dei viaggi che ha fatto mentre mastica uno stuzzicadenti; ogni tanto fa una smorfia da cavallo se il discorso finisce su storie di femmine e di risse.
Tu puoi anche scompisciarti, perché sei un ragazzo, ma lui, stai sicuro, non ride mai. Ha un fucile in camera, ha girato il mondo e visto addirittura la Jugoslavia, dove, dice lui, la gioventù è più ordinata. Ha lasciato la moglie parecchie volte, ma non la cambierebbe con nessuna, perché sa come sono fatte le altre, anzi, guai a toccargliela la, vecchia.
Una volta nella sua trattoria arrivarono sei giovinastri. Mangiarono. Quando lei reclamò il conto quelli risposero a lazzi e pernacchie. Lui non chiamò nessuno, pigliò il nervo di bue e la fece pari e patta. Quando arrivarono i carabinieri lo trovarono con una «nazionale» in bocca e sei disgraziati sul pavimento. Al maresciallo disse: «Dotto’, questa gioventù non sa nemmeno come si parla davanti alle signore».
Quand’era verso sera si sedeva davanti alla porta di casa a godersi il frusciare del gelso maturo e raccontava le storie di truffe e di amicizie valorose. Ti consigliava di andartene in giro, stare sveglio e soprattutto di non essere dei fessi, poi impugnava il «riganetto» a quattro bassi e attaccava una vecchia quadriglia. A quel punto e solo allora se la rideva, ma era una risata… come una tosse.
Dunque il blues non abita solo in Mississippi o in Louisiana. E’ piuttosto un tempo andato in cui il fatto di gettarsi in una rissa, finire in prigione, lasciare la donna mentre dorme, perché t’ha chiamato il fischio del treno, non è disonore, ma fatalità. Vuol dire che da Memphis a Norfolk ci sono 36 ore di strada e non «due ore di Rolex». Insomma significa portarsi addosso la vita come andrebbe portata la calvizie, e cioè con fatalismo e con onore.
Già. E quali sono le maledizioni più tremende per i musicisti del diavolo? Per esempio l’acqua naturale, e anche quella gassata. Una giornata di sole, un matrimonio felice, andare a letto presto, cambiare accordo, ma soprattutto vivere un’epoca edonista e arrivista in cui trovarsi in una stanza d’albergo ammuffita e metterci tre giorni per afferrare un motivo che recita: «Mi sento così solo, tu mi ascolti che gemo», è assolutamente e pericolosamente demodé.
L’era contemporanea è dunque il vero supplizio del blues, ciò che lo rende una favola desueta. Ma non è il caso di vacillare. Lode e conforto ai nostalgici, perché in fondo le fiabe, come gli articoli (e postfazioni che siano) sul blues, non finiscono mai.
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